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Con Ciò che resta il fotografo Antonio Di Cecco non osserva semplicemente un paesaggio: lo lascia affiorare attraverso i suoi processi.
Il lavoro è un’indagine sul fiume, come elemento naturale inserito in un paesaggio più ampio, animato da piante, fiori e architetture naturali, generate dal loro intreccio. Il fiume dunque è perennemente presente anche quando l’acqua scompare, lasciando spazio ai rovi e agli elementi naturali che abitano i suoi margini. Si tratta di una narrazione del fiume “in assenza” o attraverso una presenza fugace e in rapido movimento, evidenziata dalla lunga esposizione.
Una narrazione del tempo, anzi dei tempi che operano sull’acqua e sulla vegetazione, veloce e inafferrabile il primo, lento e per questo impercettibile il secondo. La scelta del bianco e nero è una chiara volontà di restare focalizzato sull’essenziale, sulle forme e sulle linee create dalle piante del paesaggio fluviale. Un’evocazione di stati d’animo, più che un racconto del visibile e del reale.
Alle immagini fotografiche sono affiancate le cianotipie, nelle quali l’immagine appare attraverso un meccanismo chimico che rende la carta fotosensibile. La cianotipia è dunque una traccia, emblema di un evento che si è inscritto nella materia e, come il fiume, lascia segni del proprio passaggio sulle rive. Se le fotografie mostrano ciò che l’acqua alimenta nel mondo, le cianotipie mostrano ciò che l’acqua scrive direttamente sulla superficie sensibile.
Ad accompagnare il progetto fotografico, il testo “La forma delle cose più umili e contingenti e asimmetriche: note su Ciò che resta“, scritto da Antonello Frongia.
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Descrizione
fotografie: Antonio Di Cecco
testi: Antonello Frongia
editore: RVM books, 2024
dimensione :22 × 26,5 cm
pagine: 182
lingua: italiano
tiratura: 1000
ISBN: 978-88-944984-9-3







